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Rigoberta Menchù: una donna sconfitta ma non vinta

Dossier “Donna e pace” 15







 

 


Rigoberta, figlia di Vincente Menchù – un eroe contadino, morto il 31 gennaio 1980 nel tragico rogo dell’Ambasciata spagnola a Città del Guatemala, durante un’occupazione pacifica della sede diplomatica, per richiamare le autorità internazionali sulle repressioni in atto da parte del governo – arriva alla ribalta nel 1992 quando, a soli 33 anni, riceve il Premio Nobel per la pace.


 


 







 

 


Rigoberta Menchù nasce a San Miguel de Uspantàn, nel nord ovest del Guatemala, un piccolo stato centro americano che ha alle spalle una storia di oppressione coloniale ed imperialista, di sfruttamento a tutti i livelli, che è passato negli ultimi decenni attraverso un susseguirsi di dittature repressive, fino al genocidio. Fin dall’infanzia condivide le umiliazioni e le persecuzioni subite dalla sua gente, appartenente all’etnia degli indiani quiché, ultimi eredi della cultura maya; anche lei, bambina di pochi anni deve lavorare nelle piantagioni di caffè e nei campi di mais, oltre che aiutare la mamma dei lavori domestici.


Sarà lei, nutrita da una fatica incessante, spesso disumana, a sopravvivere al genocidio di cui sono vittime la sua comunità e la sua stessa famiglia, perché il suo amore per la terra non verrà meno neanche quando verrà cacciata dal villaggio. Decide di dedicare la sua vita di dirigente popolare alla lotta contro l’esclusione e la dominazione portata avanti dai militari e dai latifondisti, per cambiare una situazione in cui il suo popolo è visto solo come forza lavoro, ma viene sistematicamente rifiutato ed offeso nella sua identità culturale. Ben lontana dal pensare una lotta razziale, si attiva con metodi non violenti, che tengono conto del rispetto per la vita di ogni persona, ma anche della natura. E non verrà meno a questo rapporto particolare con la ‘creazione’ nemmeno quando sarà costretta a lavorare come serva in città.  


 







 

 


Per attivarsi ed organizzare meglio le forze della resistenza avvia il “Comitato di Unità Contadina” e aderisce al “Fronte Popolare 31 gennaio”, fondato nell’anniversario della morte del padre. Inoltre, per farsi davvero portavoce del suo popolo riproponendone i problemi, impara faticosamente lo spagnolo, la lingua dei colonizzatori e degli oppressori; in tal modo vuole rompere il silenzio e l’oblio attorno al progetto omicida che si perpetua in Guatemala, ma anche comunicare la straziante bellezza delle mille sfaccettature della sua gente e della sua cultura.


Proprio in qualità di rappresentante del “Fronte Popolare 31 gennaio”, la Menchù viene invitata in Europa, a Parigi, nel 1982: è in questa occasione che matura il racconto della sua vita raccolto nel libro Mi chiamo Rigoberta Menchù. La storia della sua vita diventa così una cassa di risonanza a livello mondiale di quanto sta avvenendo in Guatemala.


Rigoberta avrà da allora modo di girare il mondo e di raccontare la sua vita di donna sconfitta, ma non vinta: una donna indiana, contadina, militante politica e credente cattolica, che diventa quasi il simbolo vivente delle popolazioni latino-americane in cammino verso l’emancipazione. La discriminazione culturale da lei subita è la stessa a cui tutti gli indigeni del continente sono stati sottoposti a partire dalla conquista. Sono i vinti della conquista spagnola che si esprimono dunque per bocca di Rigoberta Menchù ed, in questi anni successivi, molte altre persone e popolazioni oppresse hanno trovato e trovano in lei stimoli e coraggio per intraprendere cammini di liberazione.

 


Per approfondire:


Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchù, Ed. Giunti, Firenze, 1992.