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LO ACCOLSE NELLA SUA CASA. Itinerario AMOR 2014-2015

PRESENTAZIONE DELL’ITINERARIO

 

Pronunciare e realizzare nella
propria vita la dimensione dell’accoglienza apre il cuore. E’ bello sentirsi
accolti, tutti desideriamo qualcuno che ci accolga così come siamo e se abbiamo
fatto esperienza di qualcuno che ci ‘prende’ e ci ama senza volerci cambiare,
abbiamo assaporato, per un attimo, che cosa significa felicità.

L’accoglienza è un’apertura: significa far entrare,
mettersi in gioco, significa rendere partecipe di qualcosa di proprio.

Nella Scrittura accoglieresignifica aprire la porta allo straniero o al viandante, far entrare nella  propria casa, ospitare. E’ qualcosa di molto
visibile e tangibile.

L’accoglienza dona
significato alla presenza dell’altro/Altro da sé. Si tratta, dunque, di una
scelta: prendere con sé.

Accogliere significa fare
spazio all’altro nel proprio ambiente vitale. Significa innescare un processo
di reciproca trasformazione: io accolgo l’altro se “divento” in parte l’altro,
e se l’altro a sua volta diventa in parte me.

Questa vocazione
all’incontro potrebbe essere confusa con l’invito a perdere il proprio
specifico, le proprie idee, la propria identità. Niente di tutto questo.
Nell’incontro (che possono essere due persone, due gruppi, due scelte di vita)
non ci si riduce  ad uno, quasi che chi è
più forte debba per forza annientare l’altro. Nell’incontro vero,
nell’accoglienza reciproca, non ci si riduce ad uno ma semmai si diventa tre
perché  viene generata una nuova realtà
fatta da ciò che ci si è scambiati.

È la virtù di chi sa
riconoscere la diversità come una ricchezza, e lascia che la propria vita venga
cambiata dall’incontro con l’altro. È la virtù di chi sa creare, inventare uno
spazio per l’altro. La virtù di chi vuole cercare e sa trovare un linguaggio
comune, luoghi e spazi di condivisione..

 

“Un atteggiamento di
accoglienza è richiesto, infatti, in chi vuole comprendere ed evangelizzare il
mondo di oggi. La modernità si accompagna a progressi innegabili in molti campi
materiali e culturali: benessere, mobilità umana, scienza, ricerca, istruzione,
nuovo senso della solidarietà”. (Fides et inculturatio, III-14)

 

“Oggi urge l’obbligo che
diventiamo generosamente prossimi di ogni uomo, e rendiamo servizio coi fatti a
colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti o lavoratore straniero
ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione
illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o
affamato che richiama la nostra coscienza…”. (Gaudium et Spes 27)

 

 “Se una comunità è amante, attira e proprio
perché è attraente è necessariamente accogliente. La vita chiama la vita. C’è
una gratuità straordinaria nel suo potere di procreazione e di creatività; il
modo con il quale un essere vivente genera altri esseri viventi è meraviglioso.
È la stessa cosa per quel corpo vivo che è una comunità.

L’amore è costantemente
in movimento, non può mai restare statico. Se il cuore umano non progredisce,
regredisce. Se non si apre sempre più, si chiude ed entra nel processo di morte
spirituale. Una comunità che inizia a dire “no” all’accoglienza, per paura, per
stanchezza o per ragioni di insicurezza o di comodità (“questo ci disturba”),
entra ugualmente nel processo di morte spirituale” (Jean Vanier, La comunità,
luogo del perdono e della festa).

 

Il tema di quest’anno è
contenuto nel verbo ACCOGLIERE. Una scelta che ci permette di affrontare una
molteplicità di temi a partire da questa chiave di lettura, quella
dell’accoglienza.

Dal discernimento fatto
insieme è emerso questo argomento che se da una parte ci affascina, grazie anche
a papa Francesco, dall’altra ci impegna non poco…se vogliamo che non restino
solo parole dette in un incontro!

Accettiamo la sfida e
camminiamo insieme, dentro a comunità e contesti diversi, ma mosse da una
stessa passione, quella di essere donne che vorrebbero lasciare un segno del
loro passaggio, non per protagonismo ma perché discepole di Gesù e pertanto
contagiose.

Tentiamo di coniugare,
nel nostro percorso, questo atteggiamento di accoglienza tipico di Dio e del
genere umano con la capacità femminile di scegliere la parte migliore: quale?

 

Ci lasciamo ispirare da
due figure bibliche particolarmente note e care alla nostra spiritualità.

 

Gesù  è in cammino verso Gerusalemme e su questa
strada si alternano scene d’accoglienza e di rifiuto, di affettuosa ospitalità
e di inviti provocatori. Lungo questa strada avviene l’incontro con due donne:

“Mentre erano in
cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta, lo accolse nella sua
casa. Essa aveva una sorella di nome Maria la quale, sedutasi ai piedi di Gesù,
ascoltava la sua Parola” Lc 10, 38-39.

 

Viene quasi spontaneo
schierarsi dall’una o dall’altra parte attribuendo più valore all’ascolto che
al servizio: vale la pena premettere che Marta e Maria incarnino due modi di
essere spesso presenti insieme anche in noi. L’uno non esclude l’altro…forse
questa è la vera sfida!

 

Marta svolge il ruolo
tradizionale delle donne: quello  della
perfetta padrona di casa e della massaia (Pr 30) Maria, al contrario, inaugura
un ruolo nuovo ed essenziale per una donna: stare ai piedi del Maestro come un
discepolo (At 22,3).

Luca è particolarmente
attento non soltanto al servizio e all’assistenza che le donne svolgono nella
comunità, ma anche al loro compito per l’edificazione della Chiesa (At 9,36;
16,14; 18,26).

Quest’episodio della
vita di Gesù segue immediatamente quella del “buon samaritano”, perché non sembri che il “fare” sia un “fare”
qualunque bensì un “fare” che nasce dall’intimo.

Maria si siede ai piedi
di Gesù, si pone pubblicamente alla sua scuola, alla sua sequela, ed è facile
immaginare lo scandalo. Per comprendere il gesto rivoluzionario non scordiamo
la condizione di allora delle donne. Pensiamo al mormorio della gente che stava
intorno: “Come, questa donna, invece di stare in cucina, va a scuola di
teologia? Ma che cosa vuole? Che cosa crede di essere? Che cosa vuole
diventare? Quali sono le sue ambizioni? Da qui la reazione di Marta.

 

Maria scopre che la
bellezza  della sua vita sta nella
capacità di mettersi in ascolto del Maestro un ascolto che non rimane passivo, è un ascolto che fa fremere, che
coinvolge, che si fa servizio…in Marta.

Maria, insieme a Marta
sono l’immagine di un umano che giunge all’autenticità, alla chiarezza  e consapevolezza che la condizione umana si
gioca nell’ascolto e nell’accoglienza dell’altro/Altro, per imparare a realizzarci
nel dono e nella gratuità. L’attenzione al Maestro, l’ascolto della sua Parola
è per il discepolo la “parte migliore”, che non gli sarà tolta. Ma ascoltare la
Parola sfocia nell’azione concreta ed esigente (Lc.8,15).

 

Un secondo aspetto che
emerge dal brano e che può indirizzarci in quanto discepole di Gesù è il fatto
che Marta e Maria sono in casa, sono le `discepole della casa’. Casa qui non è
da intendersi come discepole casalinghe ma discepole nel e del
quotidiano
.

La casa, il villaggio,
sono il `tempio’ della vita normale… il tempio della `laicità’, il luogo dove
ordinariamente i fedeli vivono la propria esperienza di fede quotidiana; è il
luogo dove si può incontrare Cristo come vero `Signore’ della propria vita…
ma si possono incontrare anche tanti altri che non troveremmo mai nei luoghi o
nel `tempio’  `riservati’ a qualcuno
soltanto.

 

Il nostro cammino,
quest’anno, ci conduce verso i tanti altri da accogliere, ma ci spinge anche a
riflettere, a comprendere, a discernere sulla nostra reale capacità di
accogliere. Ma questa capacità è innata o la si può imparare?

Se fosse solo una
naturale inclinazione potremmo pensar