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WE (STILL) CARE

Barbiana si racconta ai volontari di Servizio Civile Universale

  
 
 
 
Perché una foto scura e graffiata per questo viaggio a Barbiana, in una delle giornate più calde di un 2019 ancora tutto da vivere? Perché l’esperienza trascorsa assieme ai miei colleghi volontari di Servizio Civile giovedì 27 giugno nel paesino sperduto della campagna toscana mi ha segnata, così come hanno fatto le pagine di storia italiana scritte da don Milani graffiando le coscienze delle persone che lo hanno incrociato sulla propria strada.

Sono certa che i colori che hanno caratterizzato il nostro guardare all’esperienza della scuola di Barbiana e alla vocazione di don Lorenzo Milani siano stati gli stessi che riempivano gli occhi dei suoi allievi mentre la cultura – senza discriminazione religiosa o politica – veniva loro trasmessa dal suo modo di vivere, di relazionarsi con loro, di condividere una quotidianità non sempre benevola con tutti, fatta di sacrificio e impegno quotidiano per riscattarsi da una condizione di povertà allora ancora molto diffusa. È stato questo uno dei tratti più interessanti della figura del priore di Barbiana che mi ha colpita: l’insegnamento – nella sua concezione – non muoveva dal Vangelo, ma andava verso il Vangelo; muoveva, invece, dalla Costituzione, scelta come metro per educare persone e cittadini, rendendoli cittadini del mondo consapevoli della loro libertà di scelta e di parola. Laddove la scuola allenava alla vita, per ridare ai ragazzi libertà e dignità (e quindi futuro), ecco che si compiva la missione di un prete “scomodo” alla Chiesa e allo Stato del tempo, ma seme fecondo nella vita di molti giovani che gli sono stati riconoscenti nel corso di tutta la vita.

Percorrere la salita che da Vicchio conduce alla scuola di Barbiana; entrare nel “salotto bono” della canonica istoriato di cultura (quella appesa ai muri e quella custodita nei libri delle discipline più diverse); poggiare i propri gomiti su quei tavoli che sono stati l’aula d’inverno e d’estate per Nevio Santini, Michele e Francuccio Gesualdi, Piero Cantini, Agostino Burberi, Mileno Fabbiani, Mario Boni, Silvano Salimbeni, Franco Buti, Guido Carotti, per ricordarne alcuni; sostare nella chiesa di Sant’Andrea che don Milani stesso aveva contribuito a rendere parte integrante dell’esperienza dei suoi ragazzi realizzando con loro alcune finestre con la tecnica del mosaico su vetro; lanciare lo sguardo oltre la collina, verso il bosco o il pendio sottostante per riempirsi gli occhi di un panorama prima sconosciuto; condividere un tempo per conoscere e farsi testimoni di un motto imprescindibile per quanti si spendono per i propri amici (I CARE). Tutto questo per me è traducibile in un tempo prezioso, utile per riflettere sulla figura di un sacerdote che posto al confine è stato capace di sconfinare un limite (geografico e culturale) imposto, rendendosi uomo di frontiera, aperto al mondo.

«Bisognava stare attenti e, se non si capiva qualcosa, alzare la mano – ha ricordato Nevio Santini (alunno di Barbiana) in un’intervista – se don Milani vedeva che non avevamo capito diceva: “Nevio, dimmi quello che ho detto”; e  poi: “Porto Nevio, Nello, Franco al pari di tutti e poi riparto”. Ci faceva sentire importanti perché diceva che gli ultimi devono essere al pari dei primi. Ecco perché si andava lì, perché ci si sentiva importanti e quando andavamo via eravamo tutti soddisfatti».

Una lezione importante lascia la visita a Barbiana: l’unico modo che ha una società civile per guardare al futuro con speranza e abitare il proprio tempo nella pace è quello di portare tutti allo stesso livello di conoscenza, cultura, istruzione e benessere, perché aspettare gli ultimi non vuol dire prendersi indietro, ma godersi tutto il bello che il cammino riserva e che andando di fretta andrebbe perduto per sempre.
 
 
Lara Iannascoli
 
  
 
 
 
 
 Laura, Veronica, Lara e Federica
volontarie del progetto CON-TATTO, a fianco di minori e donne senza confini
 
 
 
 
 I volontari di Servizio Civile Universale 2019 di Verona e Vicenza a Barbiana