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Può una strada essere maschilista?

La volontaria del Servizio Civile si interroga

L’anno di Servizio Civile propone molte ore di formazione specifica, tra queste molte sono dedicate alla “cultura di genere e questione femminile” (mod. 3). Il giorno 19 agosto 2021 mi sono soffermata su un argomento alquanto insolito ma molto discusso. Io e la mia o.l.p., sr. Elisa Panato, siamo partite dall’articolo “La città delle donne” tratto dalla rivista “Internazionale” n.1419 del 23/07/2021, e ci siamo soffermate sulla domanda “può una strada essere maschilista?”. Pablo Leòn, autore di questo articolo, cerca di dare una risposta facendo delle considerazioni sull’argomento, mettendole poi in relazione con la città di Vienna. Spiega come i centri urbani inizialmente venissero considerati come luoghi di passaggio e non come spazi di ritrovo e di svago, perché concepiti da uomini per altri uomini. Infatti, l’urbanistica non era neutra perché le regole sulla mobilità venivano scelte da uomini automobilisti che si spostavano per andare al lavoro, mentre le donne rimanevano a casa ad accudire i figli. Questo tipo di approccio ha fatto sì che le donne fossero allontanate dalle strade e le portasse a vivere un senso di estraneità, che un po’ alla volta si è tradotto in una difficoltà nello spostarsi all’interno dello spazio urbano. 

Su questo argomento a Vienna negli ultimi anni sono stati effettuati degli studi per capire il rapporto che le donne avevano con la città e si è scoperto che “due terzi degli spostamenti per motivi di svago erano fatti dagli uomini, dipendenti dall’auto, mentre sette pedoni su dieci erano donne” (“Internazionale” n.1419). Le risposte a queste ricerche hanno portato a realizzare una serie di progetti per cercare di rendere le città più pedonali e perciò più femminili. Tra i vari progetti quello che ha avuto maggiore successo, e che funziona ancora oggi, è un complesso di edilizia residenziale costruito e disegnato esclusivamente da donne. Il complesso cerca di abbattere certi stereotipi sociali cercando di creare una città più inclusiva ed accessibile a tutti/e. Nasce, così, la “città in quindici minuti”, un concetto dell’urbanistica femminile che vede la possibilità di avere tutti i servizi necessari a distanza massima di quindici minuti a piedi o in bicicletta. Inoltre, il complesso è formato da blocchi di edifici bassi, alternati a spazi verdi e aree destinate al gioco, con balconi e finestre pensati per rendere la strada più sicura, in modo cioè che se qualcuno cammina da solo/a è facilmente visibile dai vicini. Una cosa che caratterizza questo complesso è che tutte le strade della zona portano nomi di donne (a Vienna l’8% delle strade è intitolato a donne).

Ma se in altri Paesi hanno iniziato a dare importanza all’urbanistica, per rendere le città più inclusive e legate ad un’ottica femminista, in Italia qual è la situazione? La prima considerazione va fatta sulla toponomastica. Infatti, in Italia solo il 4% delle vie sono dedicate alle donne, tra cui la maggior parte sono nomi di sante o di martiri, “mentre le scrittrici, le scienziate, le inventrici, le sportive, le artiste e le eroine sembrano finite in secondo piano” (“Il Messaggero”, 19/02/2021). Nello specifico di Vicenza sono solo 20 su 1122 le strade ad essere intitolate a donne; tra queste una via secondaria porta il nome di Elisa Salerno, giornalista vicentina il cui fondo archivistico è custodito presso il CDS Presenza Donna. Circa l’urbanistica femminile è interessante la sottolineatura dell’architetta Dafne Saldaña Blasco, che sta portando avanti una riflessione su Milano e Roma. L’architetta spiega che sarà fondamentale per ripartire dopo il covid-19 investire a livello micro-comunitario; sostiene infatti che: “in chiave strategica bisognerebbe creare rioni compatti e di uso misto, in grado di offrire tutti i servizi basici a una distanza a piedi di 5-10 minuti, senza bisogno di spostamenti troppo lunghi per ottenere ciò che ci serve.” (“Vice”, 04/06/2020).

In conclusione si può dire che siamo ancora molto indietro rispetto ad altri Stati, ma il desiderio più grande è quello di creare un luogo in cui ogni donna (e ogni persona) si senta prima di tutto libera di muoversi a qualsiasi ora del giorno e della notte senza aver paura, e che abbia la possibilità di contare su ciò che ha intorno per portare avanti qualsiasi compito o attività.

                                                                                                                                                                                                                                  Astrid Caleffa

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