L'intervento della teologa Cristina Simonelli

  • 23.3.2020
* riportiamo di seguito l'articolo di Cristina Simonelli pubblicato sul blog "Il Regno delle donne" (qui)
 
Una terminologia "rubata” ai canoni antichi può essere piegata a dire altro: attoniti stiamo isolati e senza riti. Affiora in questo modo una solidarietà cosmica, una comunione veramente laica. Da lì scaturiscono, come nei Salmi, invocazione e lamento, rifiuto e consegna, la grammatica del mondo, i corpi delle donne e degli uomini. Parola prestata gli uni agli altri. Parola spezzata, frammenti raccolti nel web da ogni sapienza, silenzio fatto voce di ogni creatura. Quando i riti riprenderanno porteranno con sé anche questi giorni. Al di là del plenilunio, sarà Pasqua. 

Come non mai di fronte al dolore, di fronte alla morte ogni parola appare stonata, inappropriata. E tuttavia nello stesso tempo necessaria, esigibile e, in certi casi, esigita. La parola scambiata, ma anche quella appena articolata; la parola del conforto e anche quella dello sconforto, quella della ricerca di senso e della dichiarazione di non senso. Ci accompagneranno a lungo, entreranno come acqua nelle nostre fibre, o almeno nella vita di chi ci sarà.
Ci sarà anche tempo, in seguito, di trovare delle lezioni in tutto questo, delle indicazioni di comportamento virtuoso, a livello ecologico e politico, religioso e morale: ora però quelle – fortunatamente in diminuzione, mi pare – in specie quelle, le tollero a fatica.
Sento invece lancinante, in me, intorno a me e molto oltre, l’esigenza di una parola che si alza e si sprofonda, che diventa invocazione, nellalleanza dei corpi.
Per l’Italia è del tutto inedita la situazione che interrompe l’ordinario svolgimento della liturgia, provocando riflessioni teologiche che, come giustamente ci ricorda Simona Segoloni e il dibattito che ha suscitato, sarà opportuno riprendere e centellinare quando l’emergenza sarà passata.
Una condizione, non cercata certo, che di fatto ci accomuna con i cristiani di America Latina – ricorda fra gli altri Luca Merlo, dalle pagine del settimanale diocesano Verona Fedele – e che ripropone molte delle domande ecclesiologiche che il recente Sinodo ha posto nuovamente sul tappeto. Che suscita iniziative di meditazione e di ascolto della Parola (ad esempio i video "Le pastore spezzano la Parola”, sulla pagina Facebook della Fdei), pratiche cattoliche tradizionali come il rosario – «ora e nell’ora della nostra morte…» – gruppi di preghiera on-line e quant’altro. 

SIAMO ONDE DELLO STESSO MARE

Tuttavia questa alterazione dei ritmi abituali, questo silenzio profondo rotto dal flashmob alle finestre o – scrivono da Bergamo e Brescia – dalle sirene delle ambulanze e dai rintocchi a morto delle campane, richiamano anche altro. Collocano in una dimensione di comunione profonda che è prima, dentro e oltre ogni rito. Che può assumere con gratitudine le gocce di sapienza da qualunque parte arrivino, anche con errori di citazione: a Valeggio, nel Parco Sigurtà, stille laiche «ispirate a Seneca», vengono oggi rilanciate dalla Cina: «siamo onde dello stesso mare, foglie della stessa pianta». Chi l’ha detto l’ha detto, adesso è irrilevante. È questa oggi voce di alleanza di corpi, voce di responsabilità e cordoglio, frammento di speranza nei canti dei ragazzi e nei bisbigli degli anziani.
Senza riti? Forse dobbiamo fare altre domande: non chiedere senza che, ma con che cosa. Forse con quella forma spirituale da cui nessuno è escluso, ami le devozioni e le loro statue o le detesti; con quella forma rituale primaria che è linfa anche dei riti, anche quelli delle religioni, anche quelli delle Chiese, anche quelli che speriamo di poter presto tornare a celebrare.
Per questo mi permetto un furto: l’espressione che dà il titolo a queste note è rubata a un canone del Concilio di Orléans del 538, tratta dunque da un sistema escludente e sospettabile di rigorismo. Laica communione contentus è riferito alla «riduzione allo stato laicale» (anche nel linguaggio moderno… l’espressione dice molto) di un membro del clero. Contentus nel latino del testo rimanda alla contenzione, non alla contentezza, ma nelle lingue moderne suscita curiosità, rilanciata da un classico articolo pubblicato da Cyrille Vogel nel 1973.
Quel mondo antico ce lo può ora prestare, perché chierici e laici, donne e uomini, costretti alla interruzione e alla sospensione, possiamo scendere alle radici di quello che ci unisce, fatti voce e tessuto di ogni creatura. 

COSÌ SONO I SALMI

Salmi biblici sono del resto molto vicini a questo respiro del mondo. Ritrovo in questi giorni il libro di una amica, Olivia Flaim, «ammalata di salmi, avvinta da essi»: La danza di Davide. Dalla lettura dei salmi alle lettere del cosmo, edito da Ghibli (adatto anche il nome dell’editore, vento del deserto!). Noi tutti, incontrati dai Salmi, «veniamo lanciati così, a nostra insaputa, dentro parole che di noi fanno qualche cosa» (Introduzione). Ne condivido a mia volta qualche frammento, dal commento al salmo 67: 

«Pausa, dice ora il testo: sela. Il momento è solenne quanto un settimo giorno di lettere.
Tacciamo le voci che hanno pungolato l’ineffabile e chiesto insegnamento al segreto.
Il silenzio favorisca l’inabissamento della preghiera fra le pieghe della terra.
Colino lettere solide d’amore come semi in solchi che secoli di voci armate d’incanti hanno arato.
Mani celebranti alzate al cielo come rami d’albero in cerca di iod attendono di diventare cavi cosmici che inondino da aleph a tau quella zolla di intelligente sapienza che è la terra […] Che la terra produca il suo frutto» (p. 95).

 Anche il frutto di una sana riduzione alla terra della nostra vita, di uno stato radicalmente laicale della nostra spiritualità.

Cristina Simonelli

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