La storia della concubina del levita, nella Giornata contro la tratta

  • 6.2.2019
Nell'approssimarsi della Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone - "Insieme contro la tratta", pubblichiamo questo testo di Donatella Mottin, che dà voce al personaggio biblico della concubina del levita (Giudici 19,1-30), che qui sembra raccontare la sua storia in prima persona.
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Quelli in cui ho vissuto la mia breve esistenza, erano tempi molto difficili: un periodo buio della storia di Israele, che non aveva un re e mancava di qualsiasi forma di autorità legale e morale.
Ero la concubina di un levita, un uomo religioso che viveva nella regione montuosa di Efraim. Mentre le mogli con diritti e privilegi erano quelle per cui era stato pagato un prezzo, ma per le quali il padre aveva dato in cambio una dote, le concubine erano legalmente sposate, ma per loro non c’era stata dote.
Ero stata comprata e sradicata dalla mia terra, Betlemme.
Nella casa del levita, le mie giornate non erano diverse da quelle di un dipendente o di un servo… Avevo tradito mio marito e per questo – unica azione autonoma della mia vita – ero tornata nella mia casa, per quattro mesi.

Credo che mio marito non accettasse di aver perso una sua proprietà, e venne a riprendermi.
"Per parlare al mio cuore”
disse; in realtà l’unico con cui parlò fu mio padre.
Per giorni interi, in una specie di ‘gioco di forza’ mascherato da ospitalità, quasi a verificare, tra i due uomini, chi potesse imporre le proprie decisioni, mentre io me ne stavo in silenzio, invisibile.
E venne il tempo di tornare. Partimmo tardi e a sera eravamo ancora in viaggio.
Mio marito non voleva fermarsi in una città straniera, così ci dirigemmo a Ghibea che appartiene a Beniamino. Nessuno fu però disposto ad accoglierci per la notte; solo un vecchio straniero, che tornava dal lavoro dei campi, ci aprì la porta della sua casa perché non passassimo la notte sulla piazza.
Credevamo di essere al sicuro, ma gli uomini della città, gente perversa, vennero a ordinare al vecchio di far uscire la persona che ospitava, per abusare di lui.
Come se fossi in un incubo, ascoltai il vecchio cercare di farli desistere offrendo in cambio me e la figlia vergine purché lasciassero in pace il levita. Non volevano cedere, ma – in un crescendo di orrore – sentii mio marito prendermi, condurmi fuori e consegnarmi a quegli uomini per aver salva la vita.

Chissà a quante altre donne capiterà nei prossimi giorni, anni, secoli di essere strappate dalle loro case o costrette a lasciarle… di essere viste solo come ‘pezzi’ di carne da mettere in vendita, da usare come ‘merce’ per arricchirsi, salvarsi o affermare la propria forza e il proprio potere…
Ore e ore in balia di quegli uomini senza più essere in grado di distinguere volti, di sperare in un barlume di luce che rischiarasse quella notte interminabile.
Il dolore… grande, immenso, che arrivava a ondate come in un mare in tempesta; onde che salgono fino a togliere ogni forza, fino a togliere il respiro…

Troveranno il mio corpo abbandonato, gettato via, e le mie mani sulla soglia.
Un ultimo tentativo di chiedere aiuto? E a chi, se ero stata deliberatamente ceduta per aver salva la vita?
Con le mie mani ho voluto segnare una soglia, un limite tra l’essere bestie e la possibilità di diventare umani. Rivendico questo mio ultimo gesto: poso le mani come segno di quella soglia.

Se ri-cordare vuol dire rimettere nel cuore per ritrovare sensi e significati, le mie mani devono essere trovate lì, a futura memoria, segno e richiesta di giustizia per tutte le donne abusate, uccise, fatte a pezzi.

 

(illustrazione di Silvia Gastaldi)

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