Riscoprire, da volontaria di Servizio Civile Universale, il coraggio di un gruppo di giovani ai tempi più bui della storia contemporanea

  • 4.9.2019

 

«… L’Unione Europea non è un incidente della Storia. Io sono figlio di un uomo che a 20 anni ha combattuto contro altri europei, e di una mamma che, anche lei ventenne, ha lasciato la propria casa e ha trovato rifugio presso altre famiglie. Io so che questa è la storia anche di tante vostre famiglie… e so anche che se mettessimo in comune le nostre storie e ce le raccontassimo davanti ad un bicchiere di birra o di vino, non diremmo mai che siamo figli o nipoti di un incidente della Storia. Ma diremmo che la nostra storia è scritta sul dolore, sul sangue dei giovani britannici sterminati sulle spiagge della Normandia, sul desiderio di libertà di Sophie e Hans Scholl, sull’ansia di giustizia degli eroi del Ghetto di Varsavia, sulle primavere represse con i carri armati nei nostri paesi dell’Est, sul desiderio di fraternità che ritroviamo ogni qual volta la coscienza morale impone di non rinunciare alla propria umanità e l’obbedienza non può considerarsi virtù…».


Così David Sassoli si è espresso il 3 luglio scorso, nel giorno del suo insediamento alla guida del Parlamento Europeo. Mi è parso significativo riportare questo brano tratto dal discorso perché tra gli episodi di lotta per la libertà non dimentica di citare anche l’esperienza della Rosa Bianca incarnata da Sophie e Hans Scholl, che con altri giovani coetanei (Christoph Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell e Hans Leipelt) e il prof. K. Huber hanno dato la vita in nome della bellezza racchiusa nell’arte e nella musica, dell’amore per la letteratura e la cultura, e soprattutto in nome di una libertà di coscienza che a poco a poco il sistema totalitario nazionalsocialista stava loro rubando: la stava rubando ad una generazione di giovani che non riuscivano più a distinguere il dio da adorare (Führer) da un Dio cui mettersi alla sequela, speranza certa in un esistenza talvolta molto incerta, minata nel corpo e nello spirito da guerre e ideologie volte solamente ad annientare la dignità umana.

 

        

I membri della Rosa Bianca

Hans Scholl (1918-1943), Sophie Scholl (1921-1943), Kurt Huber (1893-1943),

Christoph Probst (1919-1943), Alexander Schmorell (1917-1943), Willi Graf  (1918-1943)

 

Personalmente ho potuto toccare con mano la realtà della Weisse Rose nella settimana vissuta a Monaco di Baviera dal 10 al 17 agosto 2019 proposta dall’Azione Cattolica di Vicenza, un tempo investito per riflettere a partire dall’esperienza di quei giovani martiri per la libertà che hanno scelto di non giurare fedeltà ad Hitler, ma di agire secondo coscienza e rispondere all’unico Dio che realmente salva. Solcare gli stessi marciapiedi, osservare gli stessi angoli di città, entrare all’università - teatro della loro ultima azione non violenta e del loro arresto – mi ha segnata in modo particolare; in fondo, Sophie e gli altri ragazzi «erano persone normali, che vivevano intensamente la loro vita; gioivano delle cose belle che la vita regalava loro, e sopportavano le difficoltà imposte. Guardavano diritto al futuro, pronti all’opera buona e fiduciosi nelle promesse che la giovinezza porta con sé. Ma erano cristiani per convinzione… Hanno lottato per la libertà dello spirito e per l’onore dell’uomo, e il loro nome resterà legato a questa lotta. Nel più profondo hanno vissuto però nell’irradiazione del sacrificio di Cristo, che non ha bisogno di alcun fondamento nell’esistenza immediata, ma sgorga libera dalla fonte creativa dell’eterno amore» (R. Guardini).


Sophie – la più piccola – come gli altri ragazzi della Rosa Bianca, erano giovani come me, come quanti hanno condiviso con me l’esperienza in terra tedesca, ma quanti di noi oggi sarebbero disposti a compiere un sacrificio così estremo per le idee sulle quali hanno scelto di incardinare la propria vita? In nome di quale Freiheit  (libertà, parola scritta da Sophie in cella poco prima di essere giustiziata) saremmo disposti a morire? Ma soprattutto, saremmo disposti a morire – non solo nel corpo – per liberare altri e dar loro la possibilità di godere di una libertà prima negata? Lei stessa esclama il giorno della sua esecuzione: «Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c'è quasi nessuno disposto a dare se stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all'azione?».


Restano un monito forte, che interroga, le ultime parole di Sophie Scholl, ventenne che ha scelto di non subire la storia, ma di rendersi protagonista del suo cambiamento. La sua vita, che risuona come il canto di un’umanità nobile, sia traccia di memoria per quanti – giovani e adulti – decidono consapevolmente e responsabilmente di non rimanere più indifferenti alle sofferenze del proprio popolo e dell’umanità.


Lara Iannascoli

    

          

       

 

 Sophie Scholl

 

 

 

 

 

 

 

 

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