Io, volontaria di Servizio Civile presso lo Sportello Donna della Caritas Diocesana

  • 17.5.2019
Come raccontare un’esperienza di poche ore, trascorsa in un ambiente mai frequentato prima, dove si è potuto toccare con mano cosa sia la povertà estrema di cui parla anche il Vangelo in relazione agli ultimi, agli emarginati e le donne? L’unico modo possibile credo sarebbe quello di prendere i volti, le paure, gli occhi delle giovani signore che sono passate allo Sportello Donna della Caritas diocesana giovedì 16 maggio e lasciare che siano loro, pur stando in silenzio, a parlare. La nostra capacità di ascoltare ne trarrebbe un gran beneficio; potremmo finalmente capire di quale immensa fortuna godiamo ad essere nati secondo coordinate spazio-temporali "favorevoli”, in un ambiente fecondo di relazioni e possibilità.

In un contesto sociale sempre più ostile verso situazioni di fragilità come, ad esempio, quelle di mamme sole con figli che hanno scelto di denunciare violenze domestiche, o quelle di donne che, pur sforzandosi di tenere unita la famiglia, non hanno le sostanze necessarie per farlo, la presenza sul suolo cittadino di uno sportello specificatamente dedicato al femminile risulta fondamentale per provare a superare insieme le difficoltà che ciascuna incontra nella propria quotidianità. Le figure di riferimento, con la competenza e l’esperienza acquisita nel tempo, sono in grado di fronteggiare la complessità di ogni situazione, mediando e facendo rete con gli altri servizi del territorio affinché quante si rivolgono allo sportello – sia per ricevere un sussidio economico, sia per essere semplicemente ascoltate e consigliate – possano in qualche modo riuscire a non perdere la speranza in un futuro più sereno, di cui loro stesse dovrebbero diventare artefici. L’attenzione di volontari e operatori di questo specifico servizio gestito dalla Caritas diocesana vicentina nel soddisfare i bisogni primari di donne, madri e giovani che giungono con richieste d’aiuto, si concretizza ogni martedì e giovedì in una risposta tempestiva, ma non manca di porre le basi per un dialogo frequente e continuativo (se le persone lo desiderano) volto al supporto del singolo o della famiglia, e di sondare il terreno per pensare ad una progettualità condivisa di azioni e percorsi verso una sempre maggiore autonomia, a seconda delle risorse personali e comunitarie che la realtà sociale offre.  

Tra tutte le vite incrociate allo Sportello durante la mia presenza come volontaria di Servizio Civile, me ne porto dentro una, anzi due, perché assieme alla donna, una giovane mamma, c’era anche la bimba. Mi ha colpita la sua storia (di grande fragilità ma anche di rinascita), la solidarietà che ha saputo mettere in circolo nei confronti di altri – con ancora meno possibilità di lei di sollevarsi da una situazione di disagio culturale e relazionale – e la complicità che ho potuto leggere nel suo rapporto con la figlia. Mi ha fatto riflettere soprattutto una cosa che ha detto, in relazione al nome che i suoi genitori hanno scelto per lei quando è nata: «Chissà cosa pensavano i miei quella volta, chissà cosa desideravano per me, dandomi un nome del genere… forse speravano potessi vivere una vita serena, mentre la vita che faccio non lo è stata e non si prospetta tale». Credo che i genitori di questa donna desiderassero veramente il meglio per lei, anche se ora si sente persa, senza possibilità e nel suo nome non si riconosce. 

Penso al nome e ai volti di altre donne passate in mattinata, alla loro voglia di riscatto: accettare l’idea di dover chiedere aiuto non è cosa facile né scontata, ma se si impara a vivere impegnandosi in questa dimensione come un luogo di crescita, allora un futuro migliore può essere ancora sognato. Tutte le donne, anche le più bisognose di cura e attenzione, custodiscono bellezza: sta a noi scoprirla e valorizzarla per rendere la società in cui viviamo più degna di essere definita "civile”, una società in cui nessuno è più clandestino, ma piuttosto «clan-destino», cioè portatore della storia e della ricchezza culturale del suo popolo anche in terre lontane da quella d’origine.




Lara Iannascoli

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