A 80 anni dal Manifesto della razza la riflessione di Chiara Magaraggia

  • 25.6.2018
* A margine degli ultimi avvenimenti legati alla questione dell'immigrazione e agli eventi di Presenza Donna in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, ricordando anche l'ottantesimo anniversario dalla sciagura delle leggi razziali, riportiamo la lettera aperta scritta dalla nostra socia Chiara Magaraggia al Giornale di Vicenza
 
Caro Direttore,

ripenso spesso in questi giorni alla riflessione sulla storia che Benedetto Croce maturò soprattutto durante gli anni del fascismo, quando scelse di rimanere in Italia, sforzandosi di collocare le vicende italiane nell’ottica più alta del divenire storico. Rifletto sull’attualità della sua affermazione” la Storia è sempre contemporanea”, sulla puntualizzazione che essa non va mai confusa con la cronaca, perché esige ricostruzione e giudizio sui fatti; soprattutto rifletto su come per lui la Storia sia sempre etico-politica perché espressione della vita morale e civile dell’uomo nel suo ininterrotto cammino verso la libertà.
Tutto questo alla vigilia degli ottant’anni di due eventi quasi contemporanei e destinati a drammatiche ripercussioni nella storia italiana, europea e mondiale e nell’ottica delle vicende che la stretta attualità ci propone.

Gli effetti dell’avvento al potere del nazismo nel 1933, attraverso elezioni democratiche e per volontà del popolo tedesco, che ha così smantellato l’avanzatissima costituzione della Repubblica di Weimar, si fanno ben presto sentire: migliaia di Ebrei decidono di abbandonare la Germania, chiedendo ospitalità nei vari paesi europei, che iniziano subito a definire le quote di ingresso. La situazione si aggrava dopo l’emanazione delle leggi razziste di Norimberga (1935), in cui le persecuzioni antiebraiche diventano pietra miliare della politica del governo di Hitler. 

È in quest’ottica che fra il 6 e il 15 luglio 1938 viene convocata a Evian (Svizzera) una conferenza internazionale, auspicata particolarmente dal presidente americano Roosevelt, per discutere e trovare una soluzione sul problema dell’aumento del numero di rifugiati e richiedenti asilo ebrei, provenienti dalla Germania e dall’Austria " felicemente” occupata dai nazisti: solo nell’anno in corso sono 150.000 gli ebrei che hanno lasciato la Germania, 200.000 sono gli ebrei austriaci intenzionati a farlo: per molti l’obiettivo è la terra di Israele, ma gli inglesi, allora potenza mandataria, impediscono a molti di accedervi. Al massimo viene concesso loro un territorio nell’invivibile deserto del Negev.  Uno stesso atteggiamento gli inglesi lo terranno alla fine della guerra, nel 1947, quando respingeranno le migliaia di sopravvissuti alla Shoah, caricati sulla nave Exodus, desiderosi solo di approdare finalmente in Heretz Israel, una terra da dove nessuno li avrebbe più potuti scacciare e distruggere. Ma, si sa, l’ordine pubblico viene prima di tutto… e poi c’è l’opinione pubblica contraria e le elezioni incalzano! In quell’inizio di estate del 1938 tutti i delegati di Evian esprimono la loro piena solidarietà ai profughi, ma nessun paese apre loro i confini, né si accettano quote da distribuire nei singoli stati. Un paese come la lontana Australia sostiene: "Noi non abbiamo nessun problema razziale e non siamo disposti a importarlo”. E il Canada: "Quanti ebrei abbiamo intenzione di ospitare? Uno è già troppo!” Un totale fallimento: anche la Svizzera respingerà alla frontiera qualsiasi ebreo richiedente asilo.

Negli stessi identici giorni (14 luglio 1938) viene pubblicato in Italia il Manifesto della Razza, preceduto da un tam tam martellante della propaganda e della stampa, che dedica articoli quotidiani al discredito degli ebrei, dilatando le notizie negative che li riguardano, con le "veline” di regime che obbligano a fare uso di titoli grandi e ben evidenziati. Si crea così un diffuso sentimento di rancore e di disprezzo che diventa patrimonio di settori sempre più vasti della società italiana. L’obiettivo di creare un "nemico perfetto” pronto al bisogno di servire da paravento ai guai dell’isolamento internazionale e della crisi economica, dovuta alle sanzioni successive all’occupazione dell’Etiopia, richiede la partecipazione corale e massiccia di tutto l’apparato della propaganda. E così, accanto ai gerarchi, a partire naturalmente dal Duce, fra coloro che sottoscrivono gli articoli del Manifesto, redatto dai più celebri "luminari” della medicina e della scienza del tempo, leggiamo i nomi di Giorgio Bocca, di Amintore Fanfani, di Giovanni Guareschi, di padre Agostino Gemelli. Anche due nomi molto legati a Vicenza: l’industriale Antonio Marzotto e lo storico Gabriele De Rosa.

Fra qualche giorno, ne sono sicura, saranno tanti i giornali e i politici che, con il solito tono retorico- memorialistico, ricorderanno l’infamia del Manifesto. Forse gli stessi che oggi plaudono alle vicende del nuovo "Exodus”, che si compiacciono di far uso di termini dispregiativi, che periodicamente parlano di quote… e che poi, con lacrime di coccodrillo, ricorderanno le conseguenze delle infamie di ottant’anni fa.
Se poi chi cerca di riflettere sulla storia sempre contemporanea viene etichettato di appartenere a un'élite, bene, personalmente sono molto fiera di farne parte!

Cordiali saluti

Chiara Magaraggia
 

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